La storia

Figlio della Scienza. Figlio della Foresta.

Per la tribù. Guardiano del Portale.

Mi chiamano Luka Luna. Sono nato in Galles. La terra di Merlino. Tienilo a mente, perché alla fine di questa pagina ci torniamo.
Galles · la terra di Merlino
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Sono cresciuto a Milano, in una famiglia multietnica, e da bambino ero piccolo, curioso e brigante. Una storia te la racconto subito, così capisci il tipo: in campeggio, la notte, scappavo dalla tenda. Cercavo qualcosa, anche se ancora sapevo dirmi cosa. Correvo sotto le stelle. E mio padre, per la paura di perdermi, arrivò a legarci polso a polso con una corda, per dormire. Me lo raccontò lui, anni dopo. L'ho capito da grande: quella corda era amore, e quella fuga era una chiamata. Sono ancora quello lì: uno che la notte esce a cercare. Ho solo imparato a tornare. C'era anche un'altra cosa, in quegli anni: vedevo cose che non tutti vedevano. L'ultimo giorno sul pianeta terra di mio nonno, l'ho visto in una luce diversa dal suo corpo, fuori dal suo corpo, immerso in una pace enorme. Poi, per anni, silenzio: nella tribù in cui sono cresciuto, sentivo che parlare di certe cose non era normale e opportuno. Così ho imparato presto a tenermi certe cose per me. E a disconnettermi da quel livello di consapevolezza.
Poi è arrivata la Scienza. Ho lavorato in un istituto di fisiologia veterinaria dell'Università di Milano, fisiologia animale applicata all'uomo: il tipo di posto dove il sangue ti schizza in faccia. Studiavamo il cuore: come funziona, come si ripara. E qui la vita mi ha servito la prima ironia: studiavo come riparare il cuore degli altri, e il mio riuscivo appena a sentirlo. Il mio corpo, intanto, parlava: asma, eczema. Il cruscotto lampeggiava, e io, come tutti, guardavo altrove.
Milano · fisiologia
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Te la racconto com'è successa: tutta intrecciata, perché la vita vera va così. C'è stato il ragazzo re Mida, a cui riusciva tutto. C'è stato il bar, aperto con un sogno denso di incoscienza, ignoranza, entusiasmo e voglia di indipendenza: fallito in poco tempo. E ci sono stati i debiti, e il lavoro da schiaccia-pulsante a tre euro e settanta l'ora: pulsante, sbarra, macchine che entrano. Un anno a ventitré ore al giorno tra un lavoro e l'altro, convinto che l'unica soluzione fosse fare di più. Ero come una mosca impazzita che sbatte sempre contro lo stesso vetro. Da re Mida a re Melma: tutto quello che toccavo, hai capito. E in mezzo, anche l'altra faccia: una rete commerciale costruita fino a quindicimila persone, i numeri, la corsa. E la bancarotta.
In quegli anni è successa una cosa che allora sembrava solo una disgrazia: la mia vecchia tribù sparì, per forza di cose (lavoravo H24). Rimasi solo, nella quiete forzata. E lì, con l'aiuto di una persona a cui devo molto, ho visto la cosa che ha cambiato tutto: la tribù che hai intorno condiziona i tuoi programmi. La mia mi aveva installato quelli dei grandi risultati, e gli stessi se li era portati via. Non ero io il guasto: era il campo. Quella scoperta è il seme di tutto quello che ho costruito dopo.
Girona · tra le colline
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Poi, anni dopo, a Girona, è successo di nuovo. La porta dell'invisibile si è riaperta. Ero adulto, stavolta, e il giudizio esterno ormai mi toccava poco: anni di lavoro sui miei programmi mi avevano liberato da quello. Oggi dico quello che sento, quello che vedo: la mia verità, non la verità cosmica. Ero fuori dal corpo, e lo guardavo da un altro punto, cosciente, non in sogno. C'era una pace che non conoscevo. Per una frazione di secondo non avevo voglia di tornare: il corpo è stretto, rispetto a quello. Poi una forza più grande di me mi ha riportato dentro. Di cosa ci sia di là non parlo, perché parlarne riduce, e perché comunque non basterebbe una vita a raccontarlo per intero: chi la vive porta a casa una sfumatura, mai l'esperienza intera. Ti dico l'unica cosa che conta: si torna. E il ritorno è la parte che nessuno racconta, perché il mondo è pieno di gente che ti vende l'andata.
Gange · India · Africa · Amazzonia
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Ti dico l'unica cosa che conta: si torna. Negli anni ho metabolizzato e razionalizzato quella forza, e le ho dato un nome: Voglia di Vivere. La stessa da cui oggi molti scappano, sempre più in fretta: la dose che sale, lo sballo travestito da esperienza mistica, il respiro giocato fino al limite. Tutte cercano la stessa cosa con nomi diversi: l'anestesia. La Voglia di Vivere invece è quella roba che ti ha fatto entrare nel grembo di tua madre e venire su questo pianeta. E il ritorno è la parte che nessuno racconta, quindi eccoci qua!
Da lì è cominciato l'altro viaggio. Il Gange, dove mi sono leccato le ferite. L'India, l'Africa, la giungla amazzonica sotto la luna, da allievo, con maestri che non hanno nome sui social. Sedici anni senza fissa dimora, per scelta. La foresta è stata un risveglio continuo, a schiaffoni: ogni volta che pensavo di aver capito tutto, e ci sono passato anch'io per quella trappola, arrivava la lezione dopo. Ho integrato quello che la Scienza non sapeva spiegare e quello che la Foresta non sapeva misurare. Per questo mi sento Figlio della Scienza e Figlio della Foresta: le due metà di un mestiere solo.
E a un certo punto è arrivata anche la domanda più pericolosa: se l'universo è perfetto così com'è, che senso ha fare? Ci ho girato dentro per un pezzo. La risposta è la cosa più semplice che ho imparato: comunque fai. L'unica cosa che nella vita è impossibile è astenersi dal fare. E allora tanto vale scegliere il gioco che ti fa vibrare, e giocarlo come un bambino costruisce un castello di sabbia: con tutto l'impegno, sapendo che l'onda arriverà, e che va bene così: si farà un altro gioco. Il mio gioco l'ho scelto, e ha perfino un sogno grande dentro: una notte d'estate, l'Arena di Verona o il teatro antico di Taormina, e la tribù che canta. Un maestro mi consegnò una frase che ho sentito vera: nei sogni piccoli non c'è magia.
Nei sogni piccoli non c'è magia.
Dal 1996 lavoro su una domanda sola: come si esce dai casini della vita, soldi, amore, vitalità, senso? La risposta che ho trovato vive più sotto della mente: nei programmi, quelli che girano dentro le persone e decidono cosa concretizzi e dove ti blocchi. Sono partito dai laboratori. Si lavorava sul corpo, cercavamo di fare del bene. Ci ho creduto, fino al giorno in cui non mi sono più sentito congruente. Poi è arrivata la Foresta: il Gange, l'Amazzonia, l'Africa, sedici anni senza fissa dimora, per scelta. Ho integrato quello che la Scienza non sapeva spiegare e quello che la Foresta non sapeva misurare. Per questo mi sento Figlio della Scienza e Figlio della Foresta: le due metà di un mestiere solo. Da trent'anni trovo i programmi e insegno a riscriverli: oltre ventinovemila studenti sono passati da questo lavoro. Oggi custodisco Il Portale, la tribù che pratica insieme ogni giorno alle 13:13, e una parte di ogni percorso sostiene la Fondazione Sonqo Wasi: i bambini, le foreste, i custodi.
Sonqo Wasi · bambini, foreste, custodi
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E c'è un'ultima cosa che devi sapere su come custodisco, perché anche questa l'ho imparata a mie spese. Per tanti anni sono stato ipnotizzato da un'idea che sembrava santa: vogliamoci tutti bene. Ed è bellissima, finché un giorno ti accorgi che è diventata la tua gabbia: dici sì a tutto, accogli tutto, e ti svegli zerbino. Poi un giorno ho alzato gli occhi sui dipinti sacri, quelli delle grandi tradizioni, e ho VISTO: le spade. Le battaglie. Gli arcangeli armati. Perfino i grandi testi sacri raccontano battaglie. E lì ho capito una cosa che ha rimesso ordine in tutto: viviamo nella dualità, e i confini sono sacri quanto gli abbracci. Sono sempre stato peace and love, e lo sono ancora, fino in fondo. Tuttavia oggi ho anche una spada, e so esattamente contro chi: Feroce con la Vita Piccola. Amorevole con la Voglia di Vivere. È il dharma di questa casa, ed è il motivo per cui qui dentro si sta al sicuro: perché chi tiene la soglia ha imparato a dire di no.
E adesso torniamo in Galles, come promesso. C'è un archetipo che abita quella terra da prima che nascessi io: Merlino. Il mago che sta accanto al re e mai al suo posto: prepara il campo, custodisce il cerchio, consegna gli attrezzi, e poi lascia che l'impresa sia di chi la deve compiere. Ci ho messo una vita a capire che quell'archetipo mi era arrivato addosso, e che mi aveva portato esattamente qui. Io sono nato nella terra di Merlino: e ho fatto tutto questo giro del mondo per scoprire che il mestiere ce l'avevo scritto sulla carta d'identità.
Quindi ecco cosa sono per te, se decidi di entrare in questa casa: quello che tiene lo spazio. Che ti consegna gli attrezzi. E poi tocca a te, perché l'eroe della tua storia sei tu: io ho già la mia parte, ed è la più bella: guardarti tornare vivo.
Ricercatore. Brigante. Peccatore. Soprattutto: Guardiano del Portale.